EDUCAZIONE CIVICA

La doppia faccia delle tecnologia.

Come le tecnologie hanno trasformato la percezione del Sé ed il rapporto con l’altro.

Rapporto uomo/macchina

Nicholas Negroponte

Being Digital

Being Digital inizia col definire il bit come la parte più piccola dell’informazione digitale, come l’atomo lo è per la materia. Tramite esso si può descrivere il mondo materiale in molte delle sue componenti, basti pensare ai cd audio che sono la rappresentazione dei suoni in forma di ‘0’ e ‘1’ dei quali viene descritta l’onda audio.

Il bit è anche trasmissione e qui compaiono all’orizzonte alcuni problemi come il tipo e la velocità del mezzo trasmissivo e la sua ottimizzazione, per non inondare la rete con bit superflui. Negroponte descrive varie soluzioni come la semplice compressione dell’informazione, l’utilizzo del mezzo più adatto per una determinata trasmissione dati, l’ottimizzazione dei sistemi usati dall’utente con tecnica ‘pull’(cioè ‘tirare’ a sé l’informazione desiderata e non selezionare da un’inondazione di bit) e soprattutto non legare una tecnologia o fissare dei parametri di irradiamento dei bit con l’informazione stessa. Su quest’ultimo argomento ci si sofferma nel libro per varie pagine leggendo di come vennero seguite le politiche sbagliate e si discusse per alcuni anni dei soli parametri trasmissivi televisivi, nel tentativo di passare ad una qualità migliore, senza capire che innanzitutto bisognava migrare dall’analogico al digitale e che il problema dei parametri bisognava lasciarlo risolvere agli apparecchi di ricezione degli utenti finali.

Il libro continua il suo viaggio analizzando il modo con cui far comunicare l’uomo col computer e il computer con l’uomo, ricordando di quando la grafica al computer fosse un argomento sconosciuto, le interfacce amichevoli considerate degli orpelli inutili e cominciarono i primi studi sull’olografia. Negroponte fa capire che la comunicazione in entrambi i sensi dev’essere semplice ed immediata, come se si avesse di fronte un altro essere umano, che capisce noi e i nostri messaggi nascosti nella voce o nella mimica facciale, che conosce i nostri gusti e compie azioni anche senza che glielo diciamo e poi ci riassume il suo operato. È in questa ottica che vengono considerati gli ‘smart agents’ (agenti intelligenti), delle entità software (ma anche hardware) evolute con straordinarie capacità di comprensione dell’uomo che potranno, in futuro, essere considerati parte integrante di qualsiasi abitazione, pronti a registrare i programmi di nostro interesse o a tenere pulita la casa. Saranno dei maggiordomi virtuali che potrebbero essere visualizzati per tutta la casa in tre dimensioni grazie a futuristici proiettori olografici, rassomigliando a quel dottore non reale che è presente in una delle più recenti serie televisive di “Star Trek”, la “Voyager”.

Al termine del libro viene mostrato come il futuro potrebbe essere, o nel frattempo è già diventato, grazie alla posta elettronica od ai microchip. Grazie all’asincronicità delle e-mail non è necessario che due persone siano occupate nello stesso momento in una comunicazione per scambiarsi informazioni, basta che entrambe abbiano un riferimento telematico verso il quale mandare i propri messaggi, che potrebbero essere anche dei minivideo in cui uno parla all’altro e non dei semplici testi. E questo può cambiare le nostre abitudini di vita, come lavorare la domenica, ma non il lunedì perché il nostro turno di lavoro si basa su quello di chi vive e lavora allo stesso progetto dall’altro capo del mondo. La tecnologia poi ci seguirà dovunque con computer tascabili da centinaia di MHz di potenza come i palmari, o la indosseremo sotto forma di antenna per il nostro sistema di comunicazione senza fili mentre andremo in giro per la città consultando una mappa millimetrica con l’aggiornamento della nostra posizione in tempo reale.

Tecnologia che non ‘lascerà in pace’ nemmeno i bambini con giocattoli che rispondono agli stimoli esterni o interagiscono con i pezzi del giocattolo.  Nemmeno le nostre case saranno lasciate in pace col l’avvento della domotica.

 

Società liquida ed omologazione 

Zygmunt Bauman

Società liquida

Bauman ha inteso spiegare la postmodernità usando le metafore di modernità liquida e solida. Nei suoi libri sostiene che l’incertezza che attanaglia la società moderna deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. In particolare, egli lega tra loro concetti quali il consumismo e la creazione di rifiuti umani, la globalizzazione e  l’industria della paura, lo smantellamento delle sicurezze e una vita liquida sempre più frenetica e costretta ad adeguarsi alle attitudini del gruppo per non sentirsi esclusa, e così via.

L’esclusione sociale elaborata da Bauman non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità. Secondo Bauman il povero, nella vita liquida, cerca di standardizzarsi agli schemi comuni, ma si sente frustrato se non riesce a sentirsi come gli altri, cioè non sentirsi accettato nel ruolo di consumatore. In tal modo, in una società che vive per il consumo, tutto si trasforma in merce, incluso l’essere umano con relazioni usa e getta. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemico) e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti i costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira tanto al possesso quanto all’utilizzo temporaneo di oggetti di desiderio in cui appagarsi, trovandoli in breve obsoleti, e passando quindi da un consumo all’altro in una sorta di bulimia.

La critica alla mercificazione delle esistenze e all’omologazione planetaria si fa spietata soprattutto in Vite di scarto, Dentro la globalizzazione e Homo consumens.

In Italia, il concetto di società liquida di Bauman è stato ripreso dallo psichiatra Tonino Cantelmi per elaborare la teoria della tecnoliquidità, secondo la quale la chiave interpretativa della contemporaneità e dei relativi disagi psicologici sia da ricondurre alle caratteristiche della rivoluzione digitale interagenti con le peculiarità della società liquida (velocità, narcisismo, sensation seeking, emotivismo, ambiguità e non definizione, rinuncia al futuro).

Omogeneizzarsi

«La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa.»

Secondo Bauman, l'”omogeneizzarsi” indica, relativamente ai rapporti tra i soggetti, un processo affine all’omologazione, all’assorbimento passivo dovuto a usi e consuetudini, a modelli culturali e di condotta prevalenti in un dato contesto sociale. Oppure si può riferire anche a comportamenti o valori che aprioristicamente e in maniera dogmatica vengono accettati e tramandati tra le generazioni di individui, senza alcuno spirito critico o alcuna capacità riflessiva. Passo successivo a ciò sono processi quali la spersonalizzazione e l’alienazione.

Comunicazione umana

Paul Waltlawick 

 

Watzlawick portò numerosi contributi allo studio della mente. Sebbene sia ricordato soprattutto per essere l’autore principale di “Pragmatica della comunicazione umana”, pietra miliare della psicologia che si occupa dell’influenza della comunicazione sul comportamento e che, accanto agli studi di Bateson e del gruppo di Palo Alto, introduce l’approccio sistemico alla psicologia.

Pragmatica della comunicazione umana.

Nel 1967 Paul Watzlawick, Janet Helmick Beavin e Don D. Jackson, pubblicano “Pragmatics of Human Communication. A Study of Interactional Patterns, Pathologies, and Paradoxes”, che riporta gli studi condotti al MRI sugli effetti pragmatici che la comunicazione umana ha sui modelli interazionali e sulle patologie, con anche una disamina del ruolo dei paradossi comunicativi.

Due tesi sono centrali in questo libro:

  1. il comportamento patologico (nevrosi, psicosi, e in genere le psicopatologie) non esiste nell’individuo isolato ma è soltanto un tipo di interazione patologica tra individui;

  2. è possibile, studiando la comunicazione, individuare delle “patologie” della comunicazione e dimostrare che sono esse a produrre le interazioni patologiche.

     

Gli autori aprono il testo con due capitoli tesi a sistematizzare le conoscenze relative alla teoria della comunicazione. La conclusione del primo pone degli importanti presupposti teorici:

 

    • il concetto di scatola nera: Watzlawick adotta questa metafora, sostenendo che anche se non si «escludono interferenze con quanto si verifica realmente all’interno della scatola, le cognizioni che se ne possono trarre non sono indispensabili per studiare la funzione del dispositivo nel sistema più grande di cui fa», in modo tale che «possiamo limitarci ad osservare i rapporti di ingresso-uscita, cioè la comunicazione».

    • consapevolezza e non consapevolezza: tenendo comunque conto dell’importanza di stabilire se un comportamento sia consapevole, inconsapevole, volontario, involontario o sintomatico, gli autori mostrano come in realtà sia rilevante il “significato” che ad esso viene dato. «Se a qualcuno viene pestato un piede, per lui è molto importante sapere se il comportamento dell’altro è stato intenzionale o involontario. Ma l’opinione che si fa in proposito si basa necessariamente sulla sua valutazione dei motivi dell’altro e quindi su una ipotesi di ciò che passa dentro la testa dell’altro», ipotesi che si dimostra essere «una nozione oggettivamente indecidibile» e che quindi «esula dai fini che si prefigge lo studio della comunicazione umana».

    • presente e passato: riconoscendo senza dubbio il ruolo del passato sul comportamento attuale, W. mostra l’assenza di oggettività nel rievocare eventi. L’indagine del passato viene ritenuta inattendibile; si preferisce l’osservazione diretta della comunicazione nel suo qui-e-ora (hic et nunc), che permette l’identificazione di modelli di comunicazione utili.

    • causa ed effetto: le cause di un disturbo perdono importanza, mentre gli effetti ne acquistano: gli effetti hanno, sul sistema in cui si esprimono il ruolo di «regola del gioco» (inteso come sequenze di comportamento governate da regole, in linea con la matematica Teoria dei Giochi) giocato in quel particolare contesto.

    • la circolarità dei modelli di comunicazione: W. attinge alla  cibernetica (la disciplina che studia i processi di autoregolazione e comunicazione degli organismi naturali e dei sistemi artificiali)adoperando il concetto di “retroazione”, secondo cui “parte dei dati in uscita sono reintrodotti nel sistema come informazione circa l’uscita stessa”. Ci troviamo così in sistemi aperti in cui il comportamento A determina B che torna ad influenzare A; ma allora è A ad aver determinato B o viceversa? «non c’è fine né principio in un cerchio».

    • la relatività delle nozioni di “normalità” e “anormalità”: infine gli autori mostrano come un comportamento acquisisca un senso specifico all’interno del contesto in cui si attua; “normalità” e “anormalità” perdono di significato, poiché devono essere relazionati ad un concetto che li preconcetta.

       

Gli assiomi della comunicazione umana:

 

  1. L’impossibilità di non-comunicare

     

  2. Livelli comunicativi di contenuto e di relazione

     

  3. La punteggiatura della sequenza di eventi

     

  4. Comunicazione numerica e analogica

     

  5. Interazione complementare e simmetrica

     

Cattiva maestra televisione

 

Carl Popper  

 

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Sono passati quasi vent’anni dall’uscita del libro “Cattiva maestra televisione” di Karl Popper, eppure le sue teorie sono più attuali che mai.
Il filosofo viennese indaga l’annosa problematica dell’influenza che il mezzo televisivo ha sulla società, il passaggio di valori e modelli che questo riesce a trasmettere. In particolare esso viene accusato di immettere violenza nel tessuto sociale e ciò va contro quello che Popper considera “il nucleo fondamentale dello Stato di diritto”, cioè “l’educazione alla nonviolenza”.

“I cittadini di una società civilizzata, le persone cioè che si comportano civilmente, non sono il risultato del caso, ma sono il risultato di un processo educativo. E in che cosa consiste fondamentalmente un modo civilizzato di comportarsi? Consiste nel ridurre la violenza.”

La violenza è infatti contraria alla libertà che rappresenta la base portante della democrazia. Si tratta della libertà di derivazione kantiana, quella che finisce dove inizia quella dell’altro. In un contesto di questo tipo la violenza assume un significato di rottura dell’equilibrio sociale. Per questo motivo la televisione, diffondendo e perpetrando dei modelli culturalmente scadenti e violenti, andrebbe a minare le basi dello stato di diritto. Essa finisce con educare piuttosto che informare, come invece dovrebbe secondo il pensiero liberale. Il problema, secondo Popper, è che essa non riesce a influire sull’educazione in modo oggettivo, senza condizionamenti. Per questo motivo essa rappresenta una cattiva maestra.

“Di questo si dovranno rendere conto, volenti o nolenti, tutti coloro che sono coinvolti dal fare televisione: agiscono come educatori perché la televisione porta le sue immagini sia davanti ai bambini e ai giovani che agli adulti. Chi fa televisione deve sapere di aver parte nella educazione degli uni e degli altri.”

Oltretutto il mezzo televisivo dovrebbe rappresentare, per sua stessa natura, una forma di libertà ma spesso ne abusa e perciò richiede una limitazione. Più una società riesce a gestire in modo consono la libertà, meno sarà necessario un suo controllo. Ma se, come nel caso della televisione, questo potere diventa incontrollato, al fine di salvaguardare la democrazia, esso va sorvegliato e limitato.

“Non ci dovrebbe essere alcun potere politico incontrollato in una democrazia. Ora, è accaduto che questa televisione sia diventata un potere politico colossale, potenzialmente si potrebbe dire anche il più importante di tutti, come se fosse Dio stesso che parla. E così sarà se continueremo a consentirne l’abuso.”

Il saggio di Popper, dal titolo “Una patente per fare tv”, oltre a denunciare il ruolo della televisione come portatrice di modelli non adeguati dal punto di vista educativo, individua una soluzione nel controllo rigoroso dei produttori di televisione, chi decide quali sono i contenuti e perciò i messaggi che essa finisce col trasmettere. Popper parla di una vera e propria patente revocabile che autorizzi a far tv solo chi supera un esame ben preciso. Questa proposta va in contrasto col liberalismo tipico del teorico della società aperta. Le sue paure sono tanto forti da portarlo a parlare di censura, necessaria nei casi estremi, ma poi abbandona questa idea perché nemica della democrazia.

“Chiunque sia collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, una licenza, un brevetto, che gli possa essere ritirato a vita qualora agisca in contrasto con certi principi.”

Mentre ai tempi di Popper la televisione era ancora un enigma perché nata da poco e non ancora ben collaudata, oggi essa ha avuto modo di esprimersi largamente e se ne possono scorgere gli effetti sul lungo termine. Assistiamo infatti al rigurgito dei modelli e della cultura che essa ha trasmesso a partire proprio da quegli anni. Le teorie di Popper non sono poi così lontane dalla verità. La televisione si è rivelata un potente mezzo di condizionamento degli individui: essa veicola idee, opinioni e modelli culturali. Si pensi all’influenza della nascita dei talk show e dei reality sulla sottocultura odierna basata sullo svago, sulla spensieratezza e sulla poca attenzione a temi e argomenti che possano portare a una riflessione più intensa o a un disaccordo verso temi “scomodi”. Come denunciava Popper, infatti, lo strumento televisivo può diventare molto pericoloso soprattutto se usato, ad esempio, dal potere politico per assoggettare ed imporre dei modelli prestabiliti.

“Un nuovo Hitler avrebbe, con la televisione, un potere infinito.”

Ciò che ha compromesso la supremazia incontrastata della televisione è stato il recente dilagare di Internet che consente, vista la pluralità di stimoli e suggestioni, di uscire da strade già tracciate e predeterminate. Ma ogni mezzo capace di influenzare e condizionare, come teorizzava Popper, deve essere controllato rigorosamente perché non abusi della libertà che dovrebbe rappresentare. Probabilmente oggi Popper si chiederebbe quali effetti Internet e i social network avranno sulle generazioni future. O forse tenterebbe di scoprirne il potere.

“Una democrazia non può esistere se non si mette sotto controllo la televisione, o più precisamente non può esistere a lungo fino a quando il potere della televisione non sarà stato pienamente scoperto.”

Galimberti: «La tecnica ci mangia l’anima» di C. Fusi

Dialogo col filosofo Umberto Galimberti sul rapporto uomo-macchina: «siamo nel punto più alto di razionalità mai raggiunta dall’uomo»

 

 

L’algoritmo che tutto sa di noi mentre noi nulla sappiamo di lui è il nuovo nucleo del firmamento socio- comunicativo; un universo dove il mito antropocentrico, cioè dell’uomo che comanda la tecnica considerata estensione delle sue facoltà, del suo Io, si rovescia nel contrario. E non c’è più speranza. Umberto Galimberti, filosofo, esplora da tempo il rapporto uomo- macchina. Le sue conclusioni sono fin troppo nette.

 

Professore, comandano gli algoritmi e le nuove tecnologie inghiottono l’umanesimo. E’ così?

Sì. È questa ormai la condizione degli umani. Si lavora come l’algoritmo stabilisce, si procede come l’algoritmo comanda.

Senza scampo alcuno?

Il problema è che continuiamo a pensare – ed è un errore tragico, frutto di pigrizia mentale – di avere la tecnica come strumento a nostra disposizione. Non è vero, non è assolutamente vero. La tecnica è ormai diventata il soggetto del mondo e gli uomini si sono trasformati in apparati di questa tecnica. Il grande capovolgimento sta qui. L’aveva già annunciato Hegel declinando un teorema semplice ed elementare: quando un fenomeno cresce quantitativamente, in parallelo il contesto cambia qualitativamente. L’esempio è facile. Se c’è un terremoto di due gradi della scala Mercalli nessuno, a parte i sismografi, se ne accorge. Se tocca nove gradi di intensità, il paesaggio cambia radicalmente. E’ un argomento sfruttato successivamente anche da Marx in chiave economica. Il denaro è un mezzo per soddisfare i bisogni e produrre i beni, ma se diventa la condizioni universale di entrambi, allora da mezzo diventa fine. Lo stesso capovolgimento è avvenuto anche con la tecnica. Se la tecnica diventa il canone universale per realizzare qualsiasi scopo, non è più uno strumento bensì il primo e pervasivo scopo di esistenza.

Lei ha scritto: la tecnica funziona. Esattamente per fare cosa, professore?

Funziona nella forma dell’autopotenziamento. La tecnica non ha scopi di salvezza, non dischiude orizzonti di senso. Essendo diventata la condizione universale per realizzare qualsiasi scopo, è desiderata da tutti. Non ha sbocchi, sa di essere appetibile per il solo fatto che si autorafforza. Si potrebbe dire della tecnica ciò che Nietzsche diceva della volontà di potenza: non c’è niente che vuole, tranne se stessa.

Ma noi oggi siamo dominati dalla tecnica e anche dai mezzi, dai dispositivi mediante i quali si invera. Il telefonino è diventato una protesi indispensabile di noi stessi.

Giorni fa ho accompagnato il mio nipotino a scuola. Mentre andavo, una signora mi riconosce e mi chiede: il mio bambino fa la quinta elementare e vuole uno smartphone, cosa devo fare? Ho riposto: glielo dia pure. Perché se non lo fa – e sarebbe giusto – priva suo figlio della socializzazione. Cosa significa questo? Che la tecnica esonda e diventa condizione sociale. Esonda dalle categorie di spazio e tempo. I giovani vivono nella velocizzazione del tempo mentre lo spazio è del tutto abolito: parlano con chi è in Australia. La tecnica modifica il nostro modo di essere nel mondo e l’attuale è la prima generazione dove l’esperienza dei padri non può passare ai figli. Perché i padri sono vissuti in un mondo reale mentre i ragazzi vivono in un mondo virtuale.

L’effetto è che tutto questo disumanizza l’uomo. Cancella ogni scenario umanistico: è pura distopia.

Certamente. La disumanizzazione può essere verificata facendo un passo in più perché finora in realtà abbiamo parlato di tecnologia. Ma la tecnica è qualcosa di più radicale. La tecnica è la forma più alta di razionalità mai raggiunta dall’uomo. In cosa consiste questa razionalità? Nel raggiungere il massimo degli scopi col minimo dei mezzi. Una volta il telefonino era grande come una valigia e svolgeva una funzione sola. Adesso è piccolissimo e ne svolge centomila. E’ il modello della razionalità tecnica, che ha superato perfino il mercato perché il mercato possiede ancora un passionalità umana: la ricerca del denaro.

Attenzione, non basta. Prendiamo due persone che si innamorano. Dal punto di vista “tecnico” è sufficiente che una dica all’altra: ti amo. Proposizione semplice, senza spessori semantici e simbolici che confondono. E’ irrazionale l’amore, è irrazionale il dolore, è irrazionale il sogno. Ma cosa fa la tecnica? Elimina l’irrazionale, lo cancella. Vuole che l’uomo funzioni secondo criteri di efficienza e razionalità. Il resto è ridondante.

Professore, uno dei settori più delicati è l’uso della tecnologia nel campo della politica, il cosiddetto brain hacking, cioè la possibilità di influenzare e condizionare i comportamenti attraverso la tecnica.

La politica è stata inventata da Platone: la tecnica stabilisce il come ma è la politica che decide se e perché si devono fare le cose. Il punto è che oggi però la politica non decide più niente.

Infatti: decide la tecnica.

Ma lo decide in modo più radicale. La politica per decidere guarda l’economia, e l’economia per decidere guarda alle risorse, cioè agli investimenti. Mentre la tecnica è una struttura cieca, che non ha scopi.

Sicuro professore? Eppure ci sono movimenti come l’M5S che usano la tecnologia, cioè la Rete, per decidere il modo in cui comportarsi. Al dunque è un fattore liberante o condizionante?

Condizionante in maniera categorica. Se io mi rivolgo direttamente al popolo che si esprime attraverso un like, un sì o un no, eliminando tutte le strutture intermedie, creo il fascismo. Loro non lo sono, l’M5S non lo è. Ma eliminando tutti i corpi intermedi della società si finisce in quell’imbuto. Guai a fare una operazione simile. Anche perché – cosa di cui non ci si rende abbastanza conto – la tecnica pone sul tavolo problemi che esorbitano enormemente dalla competenza media di noi cittadini. Se mi chiedono vuoi o non vuoi le centrali nucleari, io per decidere con competenza devo essere un fisico nucleare. Se non lo sono su quali basi decido, e come? Perché ascolto il Papa, il mio partito, o chissà cos’altro? Decido sulla base di ragioni irrazionali. E Platone dice che se la democrazia deve fondarsi su ragioni irrazionali, allora è meglio l’aristocrazia.

Ma noi cittadini come possiamo difenderci da tutto questo? Creando algoritmi “buoni” al posto di quelli “cattivi”?

Vede, è una domanda che discende dalla nostra impostazione cristiana. Che cioè stabilisce ci sia sempre un rimedio possibile. Beh, non è vero, non è così. Può darsi che il rimedio non ci sia più. Può darsi che noi occidentali, che abbiamo inventato la tecnica, siamo destinati al declino. Forse, poco a poco, perfino a sparire. Del resto ci sono già tutte le premesse: secondo i dati dell’Onu nell’Occidente vive il 20 per cento della popolazione mondiale che però consuma l’ 80 per cento delle risorse. Andare avanti così non si può. Inoltre siamo il popolo più debole della Terra in quanto quello più tecnicamente assistito. Per questo pensiamo di costruire dei muri: per difenderci dal resto dell’umanità. Ma una società “murata” è una società assediata. E in una società assediata non può nascere né un Leonardo, né un Kant.

Con l’Intelligenza Artificiale quale tipo di rapporto possiamo avere? Solo di sudditanza o ci si può convivere?

Non si può convivere con loro. Come sostiene Günther Anders nel suo libro “L’uomo è antiquato”, nel rapporto uomo- macchina quest’ultima ha già vinto. E’ la macchina che regola i comportamenti e la macchina trascende la volontà dei singoli. Anders, da ebreo, sottolinea che il nazismo è stato «un teatrino di provincia» rispetto all’età della tecnica. Oggi siamo arrivati ad un punto irreversibile. Continuiamo a domandarci cosa possiamo fare noi umani con la tecnica ma la domanda è opposta: cosa la tecnica può fare di noi. La nostra capacità di fare è diventata enormemente superiore alla capacità di prevedere gli effetti del nostro agire. Ci muoviamo alla cieca. I Greci, il popolo più intelligente mai apparso, avevano incatenato Prometeo che aveva dato agli uomini il dono della tecnica. Noi lo abbiamo liberato senza avere una cognizione precisa del limite.

Tuttavia Prometeo, l’ha scritto lei, è anche “colui che pensa in anticipo”. E allora?

Allora non possiamo più farlo perché non conosciamo gli effetti del nostro fare. Se lei chiede agli scienziati che lavorano nei laboratori: questa vostra ricerca dove porta, le risponderanno: non lo sappiamo. La loro etica è conoscere tutto quello che si può conoscere. A prescindere dai risultati.

Post Scriptum L’intervista finisce qui. Però c’è un’aggiunta che mi sembra interessante fare. Giorni fa il New York Times ha fornito il resoconto del Privacy Project che sta facendo il giornale: un’inchiesta su come le nuove tecnologie invadano e sbriciolino lo scudo di riservatezza di ciascuno. E’ risultato che in virtù di tre telecamere piazzate sul tetto di un edificio, in sole nove ore sono stati identificati 2.750 volti e i tecnici hanno costruito un database, che, usando altre immagini pubbliche, ha permesso di riconoscere molte delle persone passate nella piazza. I risultati sono stati pubblicati sulla Rassegna Stampa del Corriere online. Di fatto, a Manhattan sono migliaia le telecamere che riprendono le persone; e per un adulto esiste il 50 per cento di possibilità che il suo volto sia nei database per il riconoscimento facciale delle forze dell’ordine. Se scriviamo i nostri pensieri usando i social, gli algoritmi registrano, poi connettono e usano i dati per i loro incroci. Se camminiamo per strada, decine, centinaia di telecamere ti scrutano e spiano. Il Grande Fratello è tra di noi. Solo che non è grande: è gigantesco.

ECO: «Encyclomedia»

 

Tra i numerosi articoli che stanno riempiendo le pagine dei media per ricordare il grande intellettuale da poco scomparso, sono molti i commentatori che ricordano le sue posizioni in merito alla tecnologia. Molte delle affermazioni di Umberto Eco sono state equivocate o mal comprese nella loro contraddittorietà perché frutto di amore e odio. Tutti oggi ricordano la sua affermazione sui social network come generatori di imbecilli, pochi ricordano i molti commenti positivi espressi. Meglio ancora sarebbe guardare a Eco come a un tecnocritico desideroso di contribuire alla comprensione dei nuovi strumenti tecnologici e dei loro effetti collaterali.

Il pensiero di Eco sulla tecnologia è sparso in una miriade di suoi contributi, scritti, orali e video. Molte delle sue idee in merito sono state espresse in un’interessante intervista con il settimanale Famiglia Cristiana centrata sulla scuola e l’apprendimento. Un’intervista nella quale Eco definiva i nuovi media tecnologici come simpatici ma anche delicati e pericolosi, capaci di salvare la nostra memoria del passato e stimolanti per la scuola e la didattica.

Professore universitario ed esperto di comunicazione, Umberto Eco riteneva che grazie a Internet e alle nuove tecnologie la scuola potrebbe diventare molto più stimolante e coinvolgente. Senza nascondersi le insidie insite nella tecnologia per Eco le nuove tecnologie hanno una potenzialità elevata in termini di acquisizione di conoscenze e saperi e di divulgazione di conoscenze e sapere.

Sua è la creazione di Encyclomedia, un progetto ideato e diretto da Umberto Eco e realizzato da EM Publishers, che negli anni ha prodotto i materiali testuali e multimediali riferiti alla cultura e alla civiltà europea dalle origini a oggi, in modo da alimentare i più disparati media, dai libri, agli e-book, al WEB, alle App e a tutto ciò che verrà.

Per me l’Innovazione significa saper cogliere le opportunità

Una nuova enciclopedia digitale capace di sfruttare le potenzialità di Internet per trovare le affinità o le differenze e fornire le relazioni esistenti tra discipline campi del sapere e ambiti diversi come la letteratura, le scienze, l’arte, la musica, l’economia, la società, e la religione. La nuova enciclopedia è diventata uno strumento di studio della storia da parte di migliaia di studenti affiancandosi ai manuali di carta e a quelli online.

“Il computer non è una macchina intelligente che aiuta le persone stupide, anzi, è una macchina stupida che funziona solo nelle mani delle persone intelligenti.” – Umberto Eco

Secondo Eco «Oltre a custodire la memoria storica, gli strumenti multimediali possono essere dei dispositivi per rinforzare la capacità di ricordare. Una delle tragedie del nostro tempo è che si conosce solo il presente. La perdita della memoria è un problema specie in America, dove i ragazzi non vanno oltre George Washington e confondono i centurioni romani con i tre moschettieri. L’assenza di memoria è un male per il futuro».

Encyclomedia è un’idea a cui Eco ha lavorato dalla metà degli anni 90, prima ancora del boom di Internet e dell’arrivo dei media sociali e pensata per essere utilizzata attraverso CD. L’idea di base era l’interattività, lo scopo rendere più attivo e interessante l’apprendimento ma anche di fornire un utile sussidio a insegnanti ancora a digiuno di tecnologia e impreparati tecnicamente a nuove forme della didattica mediate tecnologicamente.

Il progetto è la testimonianza dell’apertura di Eco alle nuove tecnologie ma anche della sua preoccupazione sugli effetti collaterali di Internet e delle nuove tecnologie. Internet rende sempre più impossibile verificare e vagliare le fonti e rende difficile superare il troppo rumore di fondo causato dal sovraccarico informativo e cognitivo. Encyclomedia voleva essere per Eco uno strumento intelligente per filtrare le molte informazioni disponibili, conservare la memoria e coltivare saperi e conoscenze.

Come per Nicholas Carr, anche per Eco la Rete rende stupidi ma solo se si accetta di diventarlo e se si adotta un ruolo passivo che dà per scontata la capacità della tecnologia di dare una direzione al progresso umano. L’esercizio di potere della tecnologia con la sua pretesa di abbracciare tutto dovrebbe al contrario essere costantemente verificato, filtrato e contrastato. Ad esempio bisogna attivarsi per mantenere alta la capacità di concentrazione per poter discernere tra vero e falso. Non è necessario poi essere sempre connessi, meglio sperimentare anche la disconnessione e la smemoratezza

Eco è stato amico della tecnica ma vi ha applicato il suo pessimismo antropologico e filosofico. E’ stato uno dei primi autori a scrivere con il computer e il primo italiano a interpretare i segni e i simboli ad esso associati così come quelli dei nuovi media. Consapevole della scarsa neutralità della tecnologia, Eco ha messo in guardia dall’uso che può esserne fatto, soprattutto da parte di coloro che si comportano da imbecilli. La tecnologia, Internet e i nuovi media rispecchiano la nostra realtà e chi noi siamo. Soddisfano le nostre curiosità e la nostra voglia e ricerca di conoscenza ma se la nostra interazione con questi strumenti si basa sulla superficialità e la imbecillità ciò che essi possono produrre non sarà altro che spazzatura.

Per chi volesse approfondire il punto di vista di Eco sulla tecnologia può leggere il testo seguente, pubblicato sul settimanale Espresso come una lettera al nipotino:

Caro nipotino mio,

non vorrei che questa lettera natalizia suonasse troppo deamicisiana, ed esibisse consigli circa l’amore per i nostri simili, per la patria, per il mondo, e cose del genere. Non vi daresti ascolto e, al momento di metterla in pratica (tu adulto e io trapassato) il sistema di valori sarà così cambiato che probabilmente le mie raccomandazioni risulterebbero datate.

Quindi vorrei soffermarmi su una sola raccomandazione, che sarai in grado di mettere in pratica anche ora, mentre navighi sul tuo iPad, né commetterò l’errore di sconsigliartelo, non tanto perché sembrerei un nonno barbogio ma perché lo faccio anch’io. Al massimo posso raccomandarti, se per caso capiti sulle centinaia di siti porno che mostrano il rapporto tra due esseri umani, o tra un essere umano e un animale, in mille modi, cerca di non credere che il sesso sia quello, tra l’altro abbastanza monotono, perché si tratta di una messa in scena per costringerti a non uscire di casa e guardare le vere ragazze. Parto dal principio che tu sia eterosessuale, altrimenti adatta le mie raccomandazioni al tuo caso: ma guarda le ragazze, a scuola o dove vai a giocare, perché sono meglio quelle vere che quelle televisive e un giorno ti daranno soddisfazioni maggiori di quelle on line. Credi a chi ha più esperienza di te (e se avessi guardato solo il sesso al computer tuo padre non sarebbe mai nato, e tu chissà dove saresti, anzi non saresti per nulla).

Ma non è di questo che volevo parlarti, bensì di una malattia che ha colpito la tua generazione e persino quella dei ragazzi più grandi di te, che magari vanno già all’università: la perdita della memoria.

È vero che se ti viene il desiderio di sapere chi fosse Carlo Magno o dove stia Kuala Lumpur non hai che da premere qualche tasto e Internet te lo dice subito. Fallo quando serve, ma dopo che lo hai fatto cerca di ricordare quanto ti è stato detto per non essere obbligato a cercarlo una seconda volta se per caso te ne venisse il bisogno impellente, magari per una ricerca a scuola. Il rischio è che, siccome pensi che il tuo computer te lo possa dire a ogni istante, tu perda il gusto di mettertelo in testa. Sarebbe un poco come se, avendo imparato che per andare da via Tale a via Talaltra, ci sono l’autobus o il metro che ti permettono di spostarti senza fatica (il che è comodissimo e fallo pure ogni volta che hai fretta) tu pensi che così non hai più bisogno di camminare. Ma se non cammini abbastanza diventi poi “diversamente abile”, come si dice oggi per indicare chi è costretto a muoversi in carrozzella. Va bene, lo so che fai dello sport e quindi sai muovere il tuo corpo, ma torniamo al tuo cervello.
La memoria è un muscolo come quelli delle gambe, se non lo eserciti si avvizzisce e tu diventi (dal punto di vista mentale) diversamente abile e cioè (parliamoci chiaro) un idiota. E inoltre, siccome per tutti c’è il rischio che quando si diventa vecchi ci venga l’Alzheimer, uno dei modi di evitare questo spiacevole incidente è di esercitare sempre la memoria.
Quindi ecco la mia dieta. Ogni mattina impara qualche verso, una breve poesia, o come hanno fatto fare a noi, “La Cavallina Storna” o “Il sabato del villaggio”. E magari fai a gara con gli amici per sapere chi ricorda meglio. Se non piace la poesia fallo con le formazioni dei calciatori, ma attento che non devi solo sapere chi sono i giocatori della Roma di oggi, ma anche quelli di altre squadre, e magari di squadre del passato (figurati che io ricordo la formazione del Torino quando il loro aereo si era schiantato a Superga con tutti i giocatori a bordo: Bacigalupo, Ballarin, Maroso eccetera). Fai gare di memoria, magari sui libri che hai letto (chi era a bordo della Hispaniola alla ricerca dell’isola del tesoro? Lord Trelawney, il capitano Smollet, il dottor Livesey, Long John Silver, Jim…) Vedi se i tuoi amici ricorderanno chi erano i domestici dei tre moschettieri e di D’Artagnan (Grimaud, Bazin, Mousqueton e Planchet)… E se non vorrai leggere “I tre moschettieri” (e non sai che cosa avrai perso) fallo, che so, con una delle storie che hai letto.
Sembra un gioco (ed è un gioco) ma vedrai come la tua testa si popolerà di personaggi, storie, ricordi di ogni tipo. Ti sarai chiesto perché i computer si chiamavano un tempo cervelli elettronici: è perché sono stati concepiti sul modello del tuo (del nostro) cervello, ma il nostro cervello ha più connessioni di un computer, è una specie di computer che ti porti dietro e che cresce e s’irrobustisce con l’esercizio, mentre il computer che hai sul tavolo più lo usi e più perde velocità e dopo qualche anno lo devi cambiare. Invece il tuo cervello può oggi durare sino a novant’anni e a novant’anni (se lo avrai tenuto in esercizio) ricorderà più cose di quelle che ricordi adesso. E gratis.
C’è poi la memoria storica, quella che non riguarda i fatti della tua vita o le cose che hai letto, ma quello che è accaduto prima che tu nascessi.
Oggi se vai al cinema devi entrare a un’ora fissa, quando il film incomincia, e appena incomincia qualcuno ti prende per così dire per mano e ti dice cosa succede. Ai miei tempi si poteva entrare al cinema a ogni momento, voglio dire anche a metà dello spettacolo, si arrivava mentre stavano succedendo alcune cose e si cercava di capire che cosa era accaduto prima (poi, quando il film ricominciava dall’inizio, si vedeva se si era capito tutto bene – a parte il fatto che se il film ci era piaciuto si poteva restare e rivedere anche quello che si era già visto). Ecco, la vita è come un film dei tempi miei. Noi entriamo nella vita quando molte cose sono già successe, da centinaia di migliaia di anni, ed è importante apprendere quello che è accaduto prima che noi nascessimo; serve per capire meglio perché oggi succedono molte cose nuove.
Ora la scuola (oltre alle tue letture personali) dovrebbe insegnarti a memorizzare quello che è accaduto prima della tua nascita, ma si vede che non lo fa bene, perché varie inchieste ci dicono che i ragazzi di oggi, anche quelli grandi che vanno già all’università, se sono nati per caso nel 1990 non sanno (e forse non vogliono sapere) che cosa era accaduto nel 1980 (e non parliamo di quello che è accaduto cinquant’anni fa). Ci dicono le statistiche che se chiedi ad alcuni chi era Aldo Moro rispondono che era il capo delle Brigate Rosse – e invece è stato ucciso dalle Brigate Rosse.
Non parliamo delle Brigate Rosse, rimangono qualcosa di misterioso per molti, eppure erano il presente poco più di trent’anni fa. Io sono nato nel 1932, dieci anni dopo l’ascesa al potere del fascismo ma sapevo persino chi era il primo ministro ai tempi dalla Marcia su Roma (che cos’è?). Forse la scuola fascista me lo aveva insegnato per spiegarmi come era stupido e cattivo quel ministro (“l’imbelle Facta”) che i fascisti avevano sostituito. Va bene, ma almeno lo sapevo. E poi, scuola a parte, un ragazzo d’oggi non sa chi erano le attrici del cinema di venti anni fa mentre io sapevo chi era Francesca Bertini, che recitava nei film muti venti anni prima della mia nascita. Forse perché sfogliavo vecchie riviste ammassate nello sgabuzzino di casa nostra, ma appunto ti invito a sfogliare anche vecchie riviste perché è un modo di imparare che cosa accadeva prima che tu nascessi.
Ma perché è così importante sapere che cosa è accaduto prima? Perché molte volte quello che è accaduto prima ti spiega perché certe cose accadono oggi e in ogni caso, come per le formazioni dei calciatori, è un modo di arricchire la nostra memoria.
Bada bene che questo non lo puoi fare solo su libri e riviste, lo si fa benissimo anche su Internet. Che è da usare non solo per chattare con i tuoi amici ma anche per chattare (per così dire) con la storia del mondo. Chi erano gli ittiti? E i camisardi? E come si chiamavano le tre caravelle di Colombo? Quando sono scomparsi i dinosauri? L’arca di Noè poteva avere un timone? Come si chiamava l’antenato del bue? Esistevano più tigri cent’anni fa di oggi? Cos’era l’impero del Mali? E chi invece parlava dell’Impero del Male? Chi è stato il secondo papa della storia? Quando è apparso Topolino?
Potrei continuare all’infinito, e sarebbero tutte belle avventure di ricerca. E tutto da ricordare. Verrà il giorno in cui sarai anziano e ti sentirai come se avessi vissuto mille vite, perché sarà come se tu fossi stato presente alla battaglia di Waterloo, avessi assistito all’assassinio di Giulio Cesare e fossi a poca distanza dal luogo in cui Bertoldo il Nero, mescolando sostanze in un mortaio per trovare il modo di fabbricare l’oro, ha scoperto per sbaglio la polvere da sparo, ed è saltato in aria (e ben gli stava). Altri tuoi amici, che non avranno coltivato la loro memoria, avranno vissuto invece una sola vita, la loro, che dovrebbe essere stata assai malinconica e povera di grandi emozioni.
Coltiva la memoria, dunque, e da domani impara a memoria “La Vispa Teresa”.

 

Percorsi di approfondimento

Breve ricerca di almeno 2 pagina, corredata da bibliografia e sitografia con riflessioni personali su uno dei seguenti temi.

La ricerca verrà presentata in classe. Ogni studente avrà a diposizione 10 minuti.

1) Rapporto uomo/macchina: riflessioni con esempi e ricerche attuali. 

2) La comunicazione umana e l’intelligenza artificiale: dagli studi di W. ad oggi. 

3) La tecnologia, l’educazione, la formazione ed il potere: riflessioni sociali e politiche da Popper ad oggi.

4) La tecnica ci mangia l’anima? Riflessioni, percorsi, ipotesi dall’articolo di Galimberti. 

5) Eco e la memoria. La tecnologia come memoria?